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LA FELICITÀ

Associo la felicità all’amore. Mi sembra giusto e non lo è, lo so; ma mi piace. Mi rendo conto che esistono diverse felicità, per diversi momenti ed altrettante situazioni. Voglio dire subito che non penso che dipendano l’una dall’altro. Voglio dire che parlare della natura dell’amore e come parlare dell’esistenza di Dio. Si può dire di tutto, per migliaia di capitoli, miliardi di capitoli, eppoi, arriva uno che ti dimostra che tutto è diverso. Che per lui è diverso.
Allora mi associo a quelli che dicono che l’amore, come la felicità, non esiste, magari come anche Dio. Se esistono, sono una magia, un incantesimo, una trascendenza…che parolone! Penso che esistano, parlo dell’amore e della felicità, come stati eccelsi, sublimi, di un momento, brevi, rari. Sono orgasmi della fantasia, magari orgasmi della testa e del cuore insieme.
Si aspetta l’amore, come la felicità, finché non arriva e subito è sparita; si ricomincia ad aspettare e intanto si ricorda quella passata o quella che vorremmo avere in più e di diverso.
Ogni cosa bella della vita è in effetti così: la vacanza, un film, una festa, una partita, un banchetto, un bicchiere d’acqua nel deserto. Tutto è relativo, basta desiderare quello che non si ha sapendo che si potrà avere, magari con grande difficoltà. In effetti passiamo l’intera vita a desiderare, aspettare, ricordare; l’amore, come la felicità, è un lampo che illumina tutto a giorno, non fai in tempo ad aprire gli occhi che già si è fatto buio.
Viva la felicità, viva l’amore. Forse a me capiterà una dose maggiore. Oppure, mah!, vedremo…

(Fran Tarel)

Le Vostre Esperienze

Per durare l`amore deve rimanere incessantemente in bilico su un pericoloso crinale, rinnovare gli stati di equilibrio. Esso costituisce una delle passioni più potenti e sconvolgenti. E` gioia incostante, che ha bisogno di continue rassicurazioni, espansione di se stessi oltre i vincoli della mortificante quotidianità. Sensazione di crescita, di arricchimento e di liberazione dalla chiusura nel proprio io rattrappito. Insieme però, se non adeguatamente ricambiato, rappresenta anche un tragico fattore di distruzione e di autodistruzione. In rapporto al piacere sessuale, assume il carattere dell`eros, che si manifesta in un mobile gioco di seduzione, in cui ci si sottrae per concedersi e ci si concede per sottrarsi. In termini religiosi infine il cristianesimo ha fatto dell`amore unilaterale e gratuito di Dio per l`uomo, di Gesù che sacrifica la propria vita per la salvezza dell`umanità, la base della fede e, nell`amore dell`uomo per il proprio prossimo, compreso il nemico, il comandamento più grande.

Ippocampo

Macchè incomprensioni…tra noi non ci sono mai state! Sono io, stupido e assassino, a non comprendere chi eri tu e lasciarmi andare con lei che non valeva niente e che mi ha solo fatto capite quanto ti amavo, ma in ritardo.

Luigi&Luigi

“Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.
Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che piu` m`accora
e` non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.“

Giorgio Coppolone

Non esistono regole universali per la felicità. Per essere felici basta vivere appieno e godere di tutto ciò che ci circonda. In ogni caso, bisogna imparare a stare bene con se stesse, altrimenti non ci si accorge di quanto si ha intorno. Comunque, per accontentarla, qui di seguito sei trucchi per essere più felice.

1) FAR PARLARE ANCHE IL CORPO. Provi a esprimere con i gesti le emozioni che vive in certi momenti. Allarghi le mani se è contenta, le chiuda a pugno se sente dolore o rabbia. Far parlare il corpo è un atteggiamento che può predisporre alla felicità in quanto aiuta a sentirsi mentalmente più aperte e disponibili. Quindi, capaci di riconoscere e vivere in pieno tutte le sensazioni positive che la vita regala. Anche le più piccole o inaspettate.
2) CERCARE DI CAPIRE LA SITUAZIONE. Qualcosa la rattrista o la infastidisce? Si concentri su quattro parole-chiave: capire, intuire, perché, quindi. Le serviranno per mettersi in contatto diretto con la sua mente. Infatti, analizzando i fatti, capirà perché si ritrova in una determinata situazione. Ciò le permetterà di far scorrere più liberamente i suoi pensieri, individuare quello che davvero vuole e trovare una via d’uscita da un momento no.
3) SCOPRIRE CIO’ CHE SODDISFA. Ognuno di noi ha il proprio punto di felicità. Il proprio “set point” come lo chiamano gli psicologi. Cioè una particolare situazione, diversa da persona a persona, che è legata a ciò che dà soddisfazione: un hobby, oppure gli amici, o il proprio gatto per esempio. Sta a lei coltivare i rapporti e le cose che tengono alto il suo punto di felicità. Il benessere individuale, infatti, dipende per metà da ciò che accade nella vita e per metà dal “set point”.
4) NON CONCENTRARSI SU UN SOLO OBIETTIVO. Non faccia dipendere la sua felicità dalla realizzazione di un unico obiettivo. Cerchi, invece, di trarre soddisfazione da esperienze diverse (famiglia, lavoro, amici). Così le sarà più spontaneo e facile compensare, per esempio, i problemi lavorativi con le gratificazioni che si possono avere da altri fronti. Il risultato? A fine giornata si renderà conto di come le piccole o grandi gioie della vita superino di gran lunga le frustrazioni e i dispiaceri.
5) PROVARE A ESSERE PIU’ FLESSIBILI. Se non riesce a raggiungere un traguardo, cerchi di essere più flessibile. Come una palla che cade e rimbalza, senza perdere mai la sua consistenza. Analizzi le cause dell’insuccesso: forse fin’ora ha fatto leva soltanto su alcuni aspetti del suo carattere. Magari quelli sbagliati. Cerchi invece di puntare su altre qualità. Questo le permetterà di non rinunciare al suo obiettivo e di superare la sensazione di aver fallito.
6) COLTIVARE DENTRO DI SE’ UN “LUOGO VITALE”. Ognuno di noi ha dentro di sé un “luogo vitale”. Cioè il ricordo di un’esperienza vissuta o l’evocazione di un desiderio ancora da realizzare, che emoziona e regala serenità. Si concentri su questa situazione piacevole per 1° minuti ogni giorno. È un modo semplice, ma efficace, per richiamare dentro di lei la gioia, che fa salire le endorfine, gli ormoni della felicità. Così rinforzerà la capacità di cogliere gli aspetti piacevoli della vita.

Mi auguro di aver soddisfatto la sua richiesta. In ogni caso, tenga presente che tante altre piccole regolette le può trovare sul mio libro DINAMICA AUTOMOTIVANTE edito da Franco Angeli.



Mirella M.P. Grillo

Un Bacio
Ti sussurrerò un bacio,lo farò piano, con dolcezza,
senza che tu te ne accorga..
Le mie labbra cercheranno il tuo volto
per disegnare i suoi contorni
e trasferirvi i sentimenti che hai scatenato
nel mio animo.
Ci metterò tutto l`amore del mondo,
ti donerò amicizia e serenità.
Le mie labbra cercheranno le tue in un inebriante gioco
di emozioni che non avrà mai fine.
Volerò oltre l`immaginazione
verso un mondo nello spazio ignoto
dove la libertà inebria lo spirito e
mille desideri si intrecciano tra di loro
in un sottile gioco di pensiero
per rivivere in un intenso attimo d`amore.
Ti donerò le chiavi del giardino dei sogni,
quel luogo segreto sepolto nel tempo,
dove sapevo che un giorno saresti entrata
per posarvi un frammento di felicità.
Porterò sempre con me le tue parole,
custodirò il suono della tua voce
per ascoltarti in giornate senza sole.
Vorrei amarti come non ho mai saputo,
come si amano le cose più belle.
Vorrei amarti oltre la stessa vita,
come le cose più eteree ed impalpabili,
nell`ombra tra anima e cuore.
E mi illudo che sarai sempre là ad aspettarmi
nel mondo di fantasia che abbiamo costruito per noi,
dove vivrà per sempre il nostro
amore senza limiti.
ti amooo tantissimo amore mio per tutta la mia vita

samanta per alessio (tutta la mia vita)

Il matrimonio è una farfalla infilata in uno spillo. L’amore è un fiore vivo, se lo chiudi in una campana di vetro soffoca e muore, allora per cercare di tenerlo in vita lo trasformi in un fiore di plastica, sintetico, ma non è più un fiore, è un pezzo di plastica. Una rosa vera corre tutti i rischi dell’essere reale, è esposta al sole, al vento e alla pioggia…
La libertà è un valore più elevato rispetto all`amore: pertanto, quando un amore distrugge la libertà, non merita di essere vissuto.
La monogamia è solo un prodotto della nostra cultura. Genera monotonia e limita le tue opportunità di sperimentare sensazioni diverse attraverso nuove esperienze. Conoscere altre donne o altri uomini ti arricchisce e anche il rapporto con il tuo amato ne beneficerà.
E’ aspirazione naturale della nostra anima sperimentare un’estrema varietà di sensazioni con persone diverse, come ben sanno le donne e gli uomini più aperti, spiriti liberi, poeti, artisti, persone coraggiose che non temono i cambiamenti, amano il mistero e sfidano continuamente l’ignoto.

Osho

Felicita`
e` tenersi per mano, andare lontano
la felicita`
e` il tuo sguardo innocente
in mezzo alla gente
la felicita`
e` restare vicini come bambini
la felicita`, felicita`
Felicita`
e` un cuscino di piume, l`acqua del fiume
che passa e che va
e` la pioggia che scende, dietro le tende
la felicita`
e` abbassare la luce per fare pace
la felicita`, felicita`
Felicita`
e` un bicchiere di vino con un panino
la felicita`
e` lasciarti un biglietto, dentro al cassetto
la felicita`
e` cantare a due voci, quanto mi piaci
la felicita`, felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
la nostra canzone d`amore che va
come un pensiero che sa
di felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
la nostra canzone d`amore che va
come un pensiero che sa
di felicita`…
Felicita`
e` una sera a sorpresa
la luna accesa e la radio che va
E` un biglietto d`auguri pieno di cuori
la felicita`
e` una telefonata non aspettata
la felicita`, felicita`
Felicita`
e` un cuscino di piume, l`acqua del fiume
che passa e che va
e` la pioggia che scende, dietro le tende
la felicita`
e` abbassare la luce per fare pace
la felicita`, felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
la nostra canzone d`amore che va
come un pensiero che sa
di felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
la nostra canzone d`amore che va
come un pensiero che sa
di felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
un raggio di sole caldo che va
come un sorriso che sa
di felicita`
Senti nell`aria c`e` gia`
un raggio di sole caldo che va
come un sorriso che sa
di felicita`…
Felicita`!

Al Bano & Romina

Ero una bambina di 15 anni quando lui venne da me, non lo aspettavo e non fu nemmeno gradito. Non sapevo come mandarlo via, ci avevo provato, ma niente da fare non volle fuggire. Ero talmente spaventata che le mie giornate si consumavano tra un pianto e un altro senza intervalli. Nessuno avrebbe potuto capire il dolore che si diramava nella mia anima stringendola e percuotendola senza sosta.
Provai a parlarne con qualche amica ma l`unica risposta che mi fu data: “potevi pensarci prima“. Sentivo ragazze più grandi sghignazzare alle mie spalle e le madri delle mie amiche accusarmi di superficialità.
Ormai ero decisa a farla finita, non ne potevo più, anche se non avrei ricucito la mia reputazione. Una sera, a letto, pensai a quella sera, quando vidi un angelo avvicinarsi a me bello più del sole, con gli occhi di un verde talmente profondo che avrei corso il rischio di annegarvi, le labbra grosse che mostravano un sorriso rassicurante e i denti più bianchi che avessi mai visto. Lo vidi venire verso di me con aria impaurita, quasi indecisa; improvvisamente con uno scatto mi bloccò le mani e mi disse:“ alza gli occhi al cielo e specchiati nelle stelle più belle che ci sono. Una loro lacrima scenderà per te, bagnerà i tuoi occhi e tu farai allo stesso modo con un`altra piccola stella“. Non capì cosa volesse dire, ma qualunque cosa sarebbe andata bene in quel momento. Passammo la serata insieme, a passeggiare tra foglie verdi e l`odore delle rose; poi scese la pioggia che ci costrinse a ripararci sotto un piccolo tetto di legno.
La pioggia non si arrestava mai ed io dovevo rincasare. Così presi la mia borsa da terra e misi la testa al di fuori per andare via. Ma fui trattenuta con forza. Mi girai a guardarlo con un lieve sorriso stampato in volto, ma le sue mani stringevano le mie così fortemente che mi spaventai. Volevo scappare, andare via da quel maledettissimo angelo; come potevo essere stata così stupida. Non mi lasciò fuggire e mi costrinse al peggio. Quando tornai a casa avevo gli occhi intorpiditi dal pianto, le mani tremolanti ed un lungo graffio sul collo.
Dagli occhi della stella sono scese lacrime per un`altra piccola stella che ha ormai 4 anni, si chiama Roberto ed è uno dei bambini più belli che abbia mai visto. La prima parola che ha pronunciato è stata papà, ma non sa che rimarrà solo una parola urlata al vento dalla voce di un bambino nato da una violenza.

Marlene

VI PROPONGO UN PEZZO DI GIOVANNA ZUCCONI DALL`ESPRESSO…..STUPENDO, VALE LA LUNGHEZZA!

Il segreto della felicità è fatto di caos e amore.
Dà più gioia manifestare in piazza che vivere nel lusso. E il matrimonio vale più del lavoro. Lo hanno calcolato gli economisti
Li chiamiamo “beni“, beni di consumo, e il nome tradisce la doppia natura (funzionale e simbolica) che la società occidentale ha loro assegnato. Beni per stare bene, beni come etimo e fonte di benessere, come status e come obiettivo, come esca che aiuta ad abboccare alla lenza del futuro e come bozzolo nel quale proteggere il presente.
Non sarà troppo? Non sarà soverchiante, deragliante la soma (e la somma) di responsabilità e di significati che abbiamo scaricato su normali oggetti d`uso, gadget, utensili elettronici, generi di conforto concepiti per sollevarci dalla penuria e dalle scomodità e divenuti simulacri del successo sociale, prede sfuggenti della caccia ansiogena a uno status perennemente da migliorare, a una felicità mai appagata, come se qualcuno spostasse sempre il traguardo un centimetro più in là del luogo (e del reddito) faticosamente raggiunto?

Il momento della saturazione, e della svolta, è adesso. Il tema della felicità invade con prepotenza la scena pubblica e privata, l`arena dei comportamenti e quella delle idee. Sotto l`urto delle crisi economiche e ideologiche, è proprio il senso di ansia e di insoddisfazione che prepara il campo a un dibattito nuovamente ambizioso, e dai parametri tutti da scoprire.
La definizione marcusiano-francofortese di “società dei consumi“ è ormai antica, così antica da lasciarci intendere che il sistema è più che maturo, e probabilmente invecchiato al punto di mostrare le prime, pesanti crepe. Ampiamente accertato, dalle analisi sociologiche come dalla vox populi, che la povertà rende infelici, esposti al bisogno, meno liberi e meno energici, e dunque lasciato alle retroguardie moraliste il dubbio piacere di tuonare contro il benessere materiale, il dibattito sulla ricchezza, e sul suo incerto rapporto con la felicità, non è più così elitario o “di opposizione“.

Questa è la novità. Non sono più i vecchi hippies o i giovani new global a puntare il dito contro la giustapposizione acritica tra benessere materiale e felicità. È lo sguardo razionale degli economisti, adesso, che cerca faticosamente i nessi, e le sconnessioni, tra il Pil e la soddisfazione sociale, tra il trend quantitativo dei consumi e la qualità della vita individuale.
E si espande il nucleo critico (ormai una minoranza di massa) di singole persone e gruppi sociali che inseguono prassi di vita meno febbrili e meno assoggettate alla bulimia delle merci. Convegni accademici e confessioni private, libri e indagini, teorie scientifiche e osservazione empirica, tutto conduce in una sola direzione, o verso una stessa risposta: felicità è partecipazione, in tutte le gradazioni, dalla mobilitazione politica alle minute attività di quartiere.
Se una disciplina ormai trentennale come l“`economia della felicità“ conosce una ragguardevole impennata di pubblicazioni e di dibattito, è anche perché cresce la consapevolezza diffusa che non c`è, o non c`è più, felicità attraverso gli ormai consunti parametri privatistici e quantitativi.
Se la semplice sopravvivenza e il riparo dalle sofferenze, e non certo la felicità, sono stati per gran parte della storia lo scopo principale della vita umana (Zygmunt Bauman), è solo con la Dichiarazione d`indipendenza della Virginia nel 1776 che la felicità è divenuta, da bene di lusso elitario quale era, un diritto universale.
Il desiderio, la spinta verso la felicità sono negli Stati Uniti un diritto costituzionale, ma anche un dovere che sta al cuore dell`American Dream (diceva Samuel Johnson: “La vita è un progresso da desiderio a desiderio, non da piacere a piacere“): ed è sempre lì che sta avvenendo una rivoluzione profonda.
Al differimento costante della felicità (sia le utopie sia il mai concluso progresso scientifico rimandano a un mondo ideale sempre futuro), l`età contemporanea, massimamente nel suo prototipo americano, ha risposto con il consumismo: il godimento (individuale) del piacere effimero e ripetibile del consumo ha soppiantato la costruzione (collettiva) di una vita felice.
Ma in attesa di un mondo migliore, abbiamo distrutto questo per ipertrofia consumistica. Così, si è sviluppato negli ultimi anni un filone ipercritico di “etnografia dell`eccesso“: qualche titolo (“The Overspent American“ di Juliet Schor, “Luxury Fever“ di Robert Frank, ma anche “Fast Food Nation“ di Eric Schosser) e un solo dato (gli Stati Uniti spendono in soli sacchetti per l`immondizia più di quanto in 90 altri paesi si spende per tutte le merci), bastano a riassumere la questione. Che ora si sta spostando rapidamente sul piano dei comportamenti e dei valori, fino a ridefinire i principi stessi dell`American Dream, a partire da quella fascia di “trendsetter“ che già da qualche decennio è stata definita come gli “Influentials“. Ovvero quella fetta della popolazione – 21 milioni di persone, un americano su dieci – che guida le idee, i comportamenti e lo stile di vita degli altri nove decimi del paese.
La conclusione che Ed Keller e Jon Berry espongono in un libro appena uscito, “The Influentials: One American in Ten Tells the Other Nine How to Vote, Where to Eat, and What to Buy“ (Free Press), sconvolge radicalmente il tradizionale assunto che l`aumento della ricchezza, sia delle nazioni che degli individui, attraverso il libero mercato, sia sufficiente a garantire un proporzionale aumento della felicità, o quantomeno a non provocarne la diminuzione.
No, non è così, dimostrano gli Influentials. Per loro, il rapporto fra ricchezza e successo è già cambiato. I loro valori, dichiarati e praticati, sono i forti rapporti personali (familiari, amorosi, di amicizia, professionali), l`integrità dell`individuo (l`onestà, il rispetto per se stessi) e l`esplorazione (nel senso di curiosità, creatività, apertura intellettuale, cultura).
In fondo all`elenco delle priorità ci sono il far colpo sugli altri, la ricchezza, l`aspetto esteriore e il potere. Per loro, il denaro significa libertà e sicurezza, non status. Non è la ricchezza a dare felicità, semmai è la felicità, privata e comunitaria, a favorire il raggiungimento della ricchezza. La scala dei valori si è già ribaltata.
Altrettanto reciso e corale è il “no“ degli economisti.
La prima crepa risale addirittura al 1974, con il cosiddetto “paradosso di Easterlin“: poiché ciascuno valuta se stesso in paragone con gli altri, un aumento del reddito (e dei consumi) non può produrre un proporzionale aumento della soddisfazione e del benessere. Al contrario: più abbiamo più (confrontandoci) desideriamo, e meno felici siamo.
Gli scrolloni più violenti sono invece recentissimi, e provengono dall`Inghilterra. In tre conferenze sulla felicità alla London School of Economics, l`economista lord Richard Layard ha scardinato i principi fondamentali della sua stessa disciplina, sostenendo che lo scopo primario delle politiche pubbliche deve essere la ricerca della felicità, che la felicità individuale (come sostenevano gli utilitaristi di Bentham) è misurabile, e che entrano i gioco fattori non quantitativi come la sicurezza, la stabilità, la piena occupazione, un servizio sanitario efficiente, sereni rapporti personali. Una buona legislazione sul divorzio o sulle abitazioni è più importante del reddito.
Intanto all`Università di Warwick il professor Andrew Oswald, anche lui economista, ha stabilito quali aumenti di reddito sarebbero necessari per compensare la mancanza di alcuni fattori di felicità personale (100 mila dollari per la mancanza di un buon matrimonio, 245 mila per la vedovanza, 60 mila per la perdita del lavoro), ha stabilito che le donne sono più felici degli uomini e i trentenni i più infelici di tutti, concludendo che alla domanda: “I soldi danno la felicità?“, la risposta è un sovversivo “sì, ma“. Sì, ma non proporzionalmente: anzi, come spiega Luigino Bruni dell`Università di Milano-Bicocca, “avere più reddito sembra rendere le persone più infelici“. Sì, ma non prevedibilmente: perché (a integrare con variabili non economiche intervengono Bruno Frey, Amartya Sen, Richard Easterlin, Stefano Pettinato, Robert Lane, Martha Nussbaum) entrano in gioco fattori come lo status lavorativo, la libertà, l`uguaglianza, la vita associativa, i rapporti interpersonali. Ovvero altri beni, non quelli di consumo, ma quelli relazionali.
Non si vive di sola economia, neanche nelle scienze economiche: la parola “felicità“ è un talismano teorico che sconvolge le antiche certezze. Il più lapidario è il premio Nobel Amartya Sen: “Il puro uomo economico è in effetti assai vicino all`idiota sociale“. E il più sconfortato è Oswald: “La maledizione dell`umanità è sentirsi costretti a guardare sempre l`erba del vicino. Siamo consumati dal relativismo“.
Consumatori consumati. A meno di non sfuggire alla “maledizione“. Negando che la ricerca della felicità sia un valore universale, come fa lo psicologo Ed Diener (che insegna “Subjective well-being“ all`Università dell`Illinois) sulla base di studi comparativi fra culture occidentale e orientali (“Se dici a un coreano che hai divorziato perché eri infelice con tua moglie e non la amavi più, ti prende per pazzo“). Cercando la “Formula della felicità“ (Longanesi) in un equilibrio tra filosofia di vita e attività cerebrale, come fa il biofisico tedesco Stefan Klein in un saggio con 20 pagine di bibliografia. Oppure spostando il pendolo dei valori e della soddisfazione verso la sfera pubblica.
È l`oscillazione individuata da Albert O. Hirschman già una ventina di anni fa in “Felicità privata e felicità pubblica“, che il Mulino ripubblica in una nuova edizione. Alla base sono i meccanismi dello scontento e del benessere, non i comportamenti dell`ipotetico “soggetto razionale“ finora privilegiato dalla teoria economica. Una conferma tutta italiana viene dall`indagine su “Gli italiani e lo Stato“ che Ilvo Diamanti conduce per la Demos da ormai sei anni. Dopo un lungo periodo, dalla metà degli anni `70 alla fine del `90, in cui sono prevalsi gli indicatori del privato e della soggettività (il culto dell`impresa, la mistica dell`individuo, l`edonismo), il ciclo della felicità privata si è concluso.
È un cambiamento profondo, nel quale la sfiducia nel privato (le imprese, il credito) precede e provoca l`aumento di fiducia nel pubblico, nella partecipazione, e il ritorno in proscenio di questioni tutt`altro che private (dalla pace alle pensioni all`articolo 18). In un anno il tasso di protesta con pubblica mobilitazione è stato più alto che in tutto il precedente.
È una svolta, è una domanda di nuova felicità.


Rosanna P.

la felicità è un modo di essere: non c’è nessun motivo per essere felici, nel senso che non c’è nessun motivo per non esserlo. Per cui be’, puoi iniziare subito ad essere felice, dai, non c’è bisogno di un perché!
Quello che forse spesso ci manca è un qualcosa di importante per andare avanti nella vita di tutti i giorni, per decidere cosa fare, quasi per poter “giustificare” il fatto di essere felici, anche se non ci sarebbe bisogno di giustificazioni…
Be’ secondo questo ragionamento, siccome la nostra vita va avanti come la impostiamo noi, la nostra felicità dipende da noi, e quindi ognuno di noi ha il suo particolare tipo di felicità: non esiste “la felicità”, esiste la tua felicità, la mia felicità, la felicità di ciascuna singola persona che vive nel mondo.
E questo non è bellissimo? Che soddisfazione ci sarebbe se fosse già tutto definito, già tutto fatto, se ci fosse una “soluzione unica”? Il bello della vita è appunto viverla, correndo magari il rischio di sbagliare!
Se proprio vogliamo scovare un sistema per essere più felici, per diciamo non sentirci “colpevoli” di essere felici (che comunque è un po’ da paranoici), secondo me l’unico modo è aiutare gli altri, insomma la gente che ci circonda, al limite “tutto il mondo”, ad essere più felice, cioè in poche parole aiutare tutti quanti a prendere coscienza che soddisfatti i bisogni fondamentali, ed assicuratoci che nessuno soffra per colpa nostra, direttamente o indirettamente (e qui ce ne sarebbe già da riflettere…! be’ diciamo nel limite delle ragionevoli possibilità di ogni nostra giornata :o) ), non c’è motivo per non essere felici!
Madre Teresa di Calcutta non conduceva certo una vita di divertimenti e di lusso, eppure è morta a quasi cent’anni senza che nessuno l’abbia mai vista infelice. Ovviamente se prendiamo Madre Teresa come paragone ci sentiremo sempre, scusate il termine, delle merdacce, insomma, credo possiamo sentirci ragionevolmente felici anche se nella nostra vita faremo meno, no?
L’importante secondo me è provarci, è iniziare a prendere le cose con lo spirito giusto. Lo riconosco, è un discorso un po’ scomodo, già sento che mi dite, ma insomma, secondo te l’Aga Khan sul suo Yacht kilometrico circondato da mille ragazze è infelice? Va bene Madre Teresa, ma perché a me non almeno un pezzettino anche di quella felicità là? Invece di stare qui a leggere le tue belle paroline sul PC non mi spiacerebbe insomma ad esempio sì leggere le tue paroline, ma accanto ad una bella gnocca :o). Beh sì, perché no, dico io, mica è vietato, datti da fare! In questo campo non so darti dei consigli anzi semmai forse ne avrei bisogno… 🙂
Solo non facciamoci fregare, non facciamoci imporre o suggerire dagli altri quali cose dobbiamo fare o pensare per essere felici. Detto per inciso, neanche se il suggeritore è il vostro umile Paperinik…!
Il processo di globalizzazione (che va avanti da molto più tempo di quanto non possiamo immaginare… forse che Cartesio non ha globalizzato quando ha fatto sì che universalmente valesse solo quanto è scientificamente spiegabile e dimostrabile? e Galileo?) sta globalizzando anche la felicità. E, insomma, no, non siamo tutti felici nello stesso modo. Nella storia, il dominio di una certa idea di felicità ha creato tensione, odio e paradossalmente infelicità. E questo si sta ripetendo: i mezzi di comunicazione di massa tendono a proporre un’idea standard di felicità, una felicità in scatola (ad esempio che so io, fare molto sesso…) che spesso finisce per violentare l’idea di felicità personale, e anche l’idea di felicità propria di altre culture (ad esempio, ultimamente, quelle dei paesi musulmani), scatenando violenza ed incomprensione invece di creare arricchimento.
Non solo. La modernità ci ha portato qualche altro bel regalo. Se qualche secolo fa la felicità era un privilegio di pochi e dopo la Rivoluzione Francese un diritto, oggigiorno la felicità è quasi un dovere, anzi un obbligo. Se non siamo felici, ci vergogniamo, ci odiamo, ci sentiamo in colpa. Rifiutiamo la sofferenza, la morte, la fatica, il sacrificio, come se non fossero altre facce della felicità, come se i momenti più belli della nostra vita non venissero spesso dopo periodi di sacrificio e magari anche dolore.
Eppure la modernità dovrebbe rendere più facile l’essere felici. Stiamo fisicamente bene, abbiamo mille possibilità di divertimento, di socializzazione e comunicazione. Non solo la tecnologia ci aiuta, ma anche il maggior tempo libero a disposizione. Eppure la tentazione di chiuderci in noi non è mai stata così forte: non possiamo vivere senza gli altri ma l’incontro con gli altri ci mette spesso in difficoltà. Persone, visioni della vita e del mondo, culture, religioni. E un senso di individualità esasperante, una cultura o pseudocultura che identifica la felicità con la completa soddisfazione dei capricci individuali, insomma faccio sempre quello che voglio, sempre il mio porco comodo, e allora sono felice, ed ho il diritto di farlo perché ho il diritto di essere felice. Pero’ pero’… che felicità è quella che mette i piedi sui sentimenti, sulla fiducia e sulla felicità degli altri? Un’altra cosa su cui riflettere.
Insomma… dopo questo bel pistolotto… è così difficile essere felici? E serve proprio essere felici?
Ma sì, ogni tanto fa bene essere felici con sé stessi, sentirsi bene e un pochino soddisfatti. Ogni tanto serve sentirci a posto con il resto del mondo. Per farlo forse serve comprendere ed accettare sé stessi, serve comprendere ed accettare gli altri, con tutta la dose di pazienza conseguente… Serve capire cosa possiamo fare, cosa è giusto fare per noi e per gli altri.
La comprensione totale, be’… è impossibile, e quindi la felicità sta probabilmente nel chiedere un po’ di meno, ed assaporare un po’ più lentamente tutte quelle cose positive che ci succedono ogni giorno, per noi e per gli altri.
Non ne succedono? E allora diamoci da fare…!

Mais