Il Sito Ufficiale di Fran Tarel dal 1999
Seguici su Facebook

Mais

la felicità è un modo di essere: non c’è nessun motivo per essere felici, nel senso che non c’è nessun motivo per non esserlo. Per cui be’, puoi iniziare subito ad essere felice, dai, non c’è bisogno di un perché!
Quello che forse spesso ci manca è un qualcosa di importante per andare avanti nella vita di tutti i giorni, per decidere cosa fare, quasi per poter “giustificare” il fatto di essere felici, anche se non ci sarebbe bisogno di giustificazioni…
Be’ secondo questo ragionamento, siccome la nostra vita va avanti come la impostiamo noi, la nostra felicità dipende da noi, e quindi ognuno di noi ha il suo particolare tipo di felicità: non esiste “la felicità”, esiste la tua felicità, la mia felicità, la felicità di ciascuna singola persona che vive nel mondo.
E questo non è bellissimo? Che soddisfazione ci sarebbe se fosse già tutto definito, già tutto fatto, se ci fosse una “soluzione unica”? Il bello della vita è appunto viverla, correndo magari il rischio di sbagliare!
Se proprio vogliamo scovare un sistema per essere più felici, per diciamo non sentirci “colpevoli” di essere felici (che comunque è un po’ da paranoici), secondo me l’unico modo è aiutare gli altri, insomma la gente che ci circonda, al limite “tutto il mondo”, ad essere più felice, cioè in poche parole aiutare tutti quanti a prendere coscienza che soddisfatti i bisogni fondamentali, ed assicuratoci che nessuno soffra per colpa nostra, direttamente o indirettamente (e qui ce ne sarebbe già da riflettere…! be’ diciamo nel limite delle ragionevoli possibilità di ogni nostra giornata :o) ), non c’è motivo per non essere felici!
Madre Teresa di Calcutta non conduceva certo una vita di divertimenti e di lusso, eppure è morta a quasi cent’anni senza che nessuno l’abbia mai vista infelice. Ovviamente se prendiamo Madre Teresa come paragone ci sentiremo sempre, scusate il termine, delle merdacce, insomma, credo possiamo sentirci ragionevolmente felici anche se nella nostra vita faremo meno, no?
L’importante secondo me è provarci, è iniziare a prendere le cose con lo spirito giusto. Lo riconosco, è un discorso un po’ scomodo, già sento che mi dite, ma insomma, secondo te l’Aga Khan sul suo Yacht kilometrico circondato da mille ragazze è infelice? Va bene Madre Teresa, ma perché a me non almeno un pezzettino anche di quella felicità là? Invece di stare qui a leggere le tue belle paroline sul PC non mi spiacerebbe insomma ad esempio sì leggere le tue paroline, ma accanto ad una bella gnocca :o). Beh sì, perché no, dico io, mica è vietato, datti da fare! In questo campo non so darti dei consigli anzi semmai forse ne avrei bisogno… 🙂
Solo non facciamoci fregare, non facciamoci imporre o suggerire dagli altri quali cose dobbiamo fare o pensare per essere felici. Detto per inciso, neanche se il suggeritore è il vostro umile Paperinik…!
Il processo di globalizzazione (che va avanti da molto più tempo di quanto non possiamo immaginare… forse che Cartesio non ha globalizzato quando ha fatto sì che universalmente valesse solo quanto è scientificamente spiegabile e dimostrabile? e Galileo?) sta globalizzando anche la felicità. E, insomma, no, non siamo tutti felici nello stesso modo. Nella storia, il dominio di una certa idea di felicità ha creato tensione, odio e paradossalmente infelicità. E questo si sta ripetendo: i mezzi di comunicazione di massa tendono a proporre un’idea standard di felicità, una felicità in scatola (ad esempio che so io, fare molto sesso…) che spesso finisce per violentare l’idea di felicità personale, e anche l’idea di felicità propria di altre culture (ad esempio, ultimamente, quelle dei paesi musulmani), scatenando violenza ed incomprensione invece di creare arricchimento.
Non solo. La modernità ci ha portato qualche altro bel regalo. Se qualche secolo fa la felicità era un privilegio di pochi e dopo la Rivoluzione Francese un diritto, oggigiorno la felicità è quasi un dovere, anzi un obbligo. Se non siamo felici, ci vergogniamo, ci odiamo, ci sentiamo in colpa. Rifiutiamo la sofferenza, la morte, la fatica, il sacrificio, come se non fossero altre facce della felicità, come se i momenti più belli della nostra vita non venissero spesso dopo periodi di sacrificio e magari anche dolore.
Eppure la modernità dovrebbe rendere più facile l’essere felici. Stiamo fisicamente bene, abbiamo mille possibilità di divertimento, di socializzazione e comunicazione. Non solo la tecnologia ci aiuta, ma anche il maggior tempo libero a disposizione. Eppure la tentazione di chiuderci in noi non è mai stata così forte: non possiamo vivere senza gli altri ma l’incontro con gli altri ci mette spesso in difficoltà. Persone, visioni della vita e del mondo, culture, religioni. E un senso di individualità esasperante, una cultura o pseudocultura che identifica la felicità con la completa soddisfazione dei capricci individuali, insomma faccio sempre quello che voglio, sempre il mio porco comodo, e allora sono felice, ed ho il diritto di farlo perché ho il diritto di essere felice. Pero’ pero’… che felicità è quella che mette i piedi sui sentimenti, sulla fiducia e sulla felicità degli altri? Un’altra cosa su cui riflettere.
Insomma… dopo questo bel pistolotto… è così difficile essere felici? E serve proprio essere felici?
Ma sì, ogni tanto fa bene essere felici con sé stessi, sentirsi bene e un pochino soddisfatti. Ogni tanto serve sentirci a posto con il resto del mondo. Per farlo forse serve comprendere ed accettare sé stessi, serve comprendere ed accettare gli altri, con tutta la dose di pazienza conseguente… Serve capire cosa possiamo fare, cosa è giusto fare per noi e per gli altri.
La comprensione totale, be’… è impossibile, e quindi la felicità sta probabilmente nel chiedere un po’ di meno, ed assaporare un po’ più lentamente tutte quelle cose positive che ci succedono ogni giorno, per noi e per gli altri.
Non ne succedono? E allora diamoci da fare…!