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Rosanna P.

VI PROPONGO UN PEZZO DI GIOVANNA ZUCCONI DALL`ESPRESSO…..STUPENDO, VALE LA LUNGHEZZA!

Il segreto della felicità è fatto di caos e amore.
Dà più gioia manifestare in piazza che vivere nel lusso. E il matrimonio vale più del lavoro. Lo hanno calcolato gli economisti
Li chiamiamo “beni“, beni di consumo, e il nome tradisce la doppia natura (funzionale e simbolica) che la società occidentale ha loro assegnato. Beni per stare bene, beni come etimo e fonte di benessere, come status e come obiettivo, come esca che aiuta ad abboccare alla lenza del futuro e come bozzolo nel quale proteggere il presente.
Non sarà troppo? Non sarà soverchiante, deragliante la soma (e la somma) di responsabilità e di significati che abbiamo scaricato su normali oggetti d`uso, gadget, utensili elettronici, generi di conforto concepiti per sollevarci dalla penuria e dalle scomodità e divenuti simulacri del successo sociale, prede sfuggenti della caccia ansiogena a uno status perennemente da migliorare, a una felicità mai appagata, come se qualcuno spostasse sempre il traguardo un centimetro più in là del luogo (e del reddito) faticosamente raggiunto?

Il momento della saturazione, e della svolta, è adesso. Il tema della felicità invade con prepotenza la scena pubblica e privata, l`arena dei comportamenti e quella delle idee. Sotto l`urto delle crisi economiche e ideologiche, è proprio il senso di ansia e di insoddisfazione che prepara il campo a un dibattito nuovamente ambizioso, e dai parametri tutti da scoprire.
La definizione marcusiano-francofortese di “società dei consumi“ è ormai antica, così antica da lasciarci intendere che il sistema è più che maturo, e probabilmente invecchiato al punto di mostrare le prime, pesanti crepe. Ampiamente accertato, dalle analisi sociologiche come dalla vox populi, che la povertà rende infelici, esposti al bisogno, meno liberi e meno energici, e dunque lasciato alle retroguardie moraliste il dubbio piacere di tuonare contro il benessere materiale, il dibattito sulla ricchezza, e sul suo incerto rapporto con la felicità, non è più così elitario o “di opposizione“.

Questa è la novità. Non sono più i vecchi hippies o i giovani new global a puntare il dito contro la giustapposizione acritica tra benessere materiale e felicità. È lo sguardo razionale degli economisti, adesso, che cerca faticosamente i nessi, e le sconnessioni, tra il Pil e la soddisfazione sociale, tra il trend quantitativo dei consumi e la qualità della vita individuale.
E si espande il nucleo critico (ormai una minoranza di massa) di singole persone e gruppi sociali che inseguono prassi di vita meno febbrili e meno assoggettate alla bulimia delle merci. Convegni accademici e confessioni private, libri e indagini, teorie scientifiche e osservazione empirica, tutto conduce in una sola direzione, o verso una stessa risposta: felicità è partecipazione, in tutte le gradazioni, dalla mobilitazione politica alle minute attività di quartiere.
Se una disciplina ormai trentennale come l“`economia della felicità“ conosce una ragguardevole impennata di pubblicazioni e di dibattito, è anche perché cresce la consapevolezza diffusa che non c`è, o non c`è più, felicità attraverso gli ormai consunti parametri privatistici e quantitativi.
Se la semplice sopravvivenza e il riparo dalle sofferenze, e non certo la felicità, sono stati per gran parte della storia lo scopo principale della vita umana (Zygmunt Bauman), è solo con la Dichiarazione d`indipendenza della Virginia nel 1776 che la felicità è divenuta, da bene di lusso elitario quale era, un diritto universale.
Il desiderio, la spinta verso la felicità sono negli Stati Uniti un diritto costituzionale, ma anche un dovere che sta al cuore dell`American Dream (diceva Samuel Johnson: “La vita è un progresso da desiderio a desiderio, non da piacere a piacere“): ed è sempre lì che sta avvenendo una rivoluzione profonda.
Al differimento costante della felicità (sia le utopie sia il mai concluso progresso scientifico rimandano a un mondo ideale sempre futuro), l`età contemporanea, massimamente nel suo prototipo americano, ha risposto con il consumismo: il godimento (individuale) del piacere effimero e ripetibile del consumo ha soppiantato la costruzione (collettiva) di una vita felice.
Ma in attesa di un mondo migliore, abbiamo distrutto questo per ipertrofia consumistica. Così, si è sviluppato negli ultimi anni un filone ipercritico di “etnografia dell`eccesso“: qualche titolo (“The Overspent American“ di Juliet Schor, “Luxury Fever“ di Robert Frank, ma anche “Fast Food Nation“ di Eric Schosser) e un solo dato (gli Stati Uniti spendono in soli sacchetti per l`immondizia più di quanto in 90 altri paesi si spende per tutte le merci), bastano a riassumere la questione. Che ora si sta spostando rapidamente sul piano dei comportamenti e dei valori, fino a ridefinire i principi stessi dell`American Dream, a partire da quella fascia di “trendsetter“ che già da qualche decennio è stata definita come gli “Influentials“. Ovvero quella fetta della popolazione – 21 milioni di persone, un americano su dieci – che guida le idee, i comportamenti e lo stile di vita degli altri nove decimi del paese.
La conclusione che Ed Keller e Jon Berry espongono in un libro appena uscito, “The Influentials: One American in Ten Tells the Other Nine How to Vote, Where to Eat, and What to Buy“ (Free Press), sconvolge radicalmente il tradizionale assunto che l`aumento della ricchezza, sia delle nazioni che degli individui, attraverso il libero mercato, sia sufficiente a garantire un proporzionale aumento della felicità, o quantomeno a non provocarne la diminuzione.
No, non è così, dimostrano gli Influentials. Per loro, il rapporto fra ricchezza e successo è già cambiato. I loro valori, dichiarati e praticati, sono i forti rapporti personali (familiari, amorosi, di amicizia, professionali), l`integrità dell`individuo (l`onestà, il rispetto per se stessi) e l`esplorazione (nel senso di curiosità, creatività, apertura intellettuale, cultura).
In fondo all`elenco delle priorità ci sono il far colpo sugli altri, la ricchezza, l`aspetto esteriore e il potere. Per loro, il denaro significa libertà e sicurezza, non status. Non è la ricchezza a dare felicità, semmai è la felicità, privata e comunitaria, a favorire il raggiungimento della ricchezza. La scala dei valori si è già ribaltata.
Altrettanto reciso e corale è il “no“ degli economisti.
La prima crepa risale addirittura al 1974, con il cosiddetto “paradosso di Easterlin“: poiché ciascuno valuta se stesso in paragone con gli altri, un aumento del reddito (e dei consumi) non può produrre un proporzionale aumento della soddisfazione e del benessere. Al contrario: più abbiamo più (confrontandoci) desideriamo, e meno felici siamo.
Gli scrolloni più violenti sono invece recentissimi, e provengono dall`Inghilterra. In tre conferenze sulla felicità alla London School of Economics, l`economista lord Richard Layard ha scardinato i principi fondamentali della sua stessa disciplina, sostenendo che lo scopo primario delle politiche pubbliche deve essere la ricerca della felicità, che la felicità individuale (come sostenevano gli utilitaristi di Bentham) è misurabile, e che entrano i gioco fattori non quantitativi come la sicurezza, la stabilità, la piena occupazione, un servizio sanitario efficiente, sereni rapporti personali. Una buona legislazione sul divorzio o sulle abitazioni è più importante del reddito.
Intanto all`Università di Warwick il professor Andrew Oswald, anche lui economista, ha stabilito quali aumenti di reddito sarebbero necessari per compensare la mancanza di alcuni fattori di felicità personale (100 mila dollari per la mancanza di un buon matrimonio, 245 mila per la vedovanza, 60 mila per la perdita del lavoro), ha stabilito che le donne sono più felici degli uomini e i trentenni i più infelici di tutti, concludendo che alla domanda: “I soldi danno la felicità?“, la risposta è un sovversivo “sì, ma“. Sì, ma non proporzionalmente: anzi, come spiega Luigino Bruni dell`Università di Milano-Bicocca, “avere più reddito sembra rendere le persone più infelici“. Sì, ma non prevedibilmente: perché (a integrare con variabili non economiche intervengono Bruno Frey, Amartya Sen, Richard Easterlin, Stefano Pettinato, Robert Lane, Martha Nussbaum) entrano in gioco fattori come lo status lavorativo, la libertà, l`uguaglianza, la vita associativa, i rapporti interpersonali. Ovvero altri beni, non quelli di consumo, ma quelli relazionali.
Non si vive di sola economia, neanche nelle scienze economiche: la parola “felicità“ è un talismano teorico che sconvolge le antiche certezze. Il più lapidario è il premio Nobel Amartya Sen: “Il puro uomo economico è in effetti assai vicino all`idiota sociale“. E il più sconfortato è Oswald: “La maledizione dell`umanità è sentirsi costretti a guardare sempre l`erba del vicino. Siamo consumati dal relativismo“.
Consumatori consumati. A meno di non sfuggire alla “maledizione“. Negando che la ricerca della felicità sia un valore universale, come fa lo psicologo Ed Diener (che insegna “Subjective well-being“ all`Università dell`Illinois) sulla base di studi comparativi fra culture occidentale e orientali (“Se dici a un coreano che hai divorziato perché eri infelice con tua moglie e non la amavi più, ti prende per pazzo“). Cercando la “Formula della felicità“ (Longanesi) in un equilibrio tra filosofia di vita e attività cerebrale, come fa il biofisico tedesco Stefan Klein in un saggio con 20 pagine di bibliografia. Oppure spostando il pendolo dei valori e della soddisfazione verso la sfera pubblica.
È l`oscillazione individuata da Albert O. Hirschman già una ventina di anni fa in “Felicità privata e felicità pubblica“, che il Mulino ripubblica in una nuova edizione. Alla base sono i meccanismi dello scontento e del benessere, non i comportamenti dell`ipotetico “soggetto razionale“ finora privilegiato dalla teoria economica. Una conferma tutta italiana viene dall`indagine su “Gli italiani e lo Stato“ che Ilvo Diamanti conduce per la Demos da ormai sei anni. Dopo un lungo periodo, dalla metà degli anni `70 alla fine del `90, in cui sono prevalsi gli indicatori del privato e della soggettività (il culto dell`impresa, la mistica dell`individuo, l`edonismo), il ciclo della felicità privata si è concluso.
È un cambiamento profondo, nel quale la sfiducia nel privato (le imprese, il credito) precede e provoca l`aumento di fiducia nel pubblico, nella partecipazione, e il ritorno in proscenio di questioni tutt`altro che private (dalla pace alle pensioni all`articolo 18). In un anno il tasso di protesta con pubblica mobilitazione è stato più alto che in tutto il precedente.
È una svolta, è una domanda di nuova felicità.