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Terenzio Laudadio

Soffro perchè ci penso troppo!
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore, quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi, affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze: elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi, che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis , il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema “Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield, è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita, consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo – si è detto – potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico. Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e; ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte