Il Sito Ufficiale di Fran Tarel dal 1999
Seguici su Facebook

IL TRADIMENTO

Mi colpisce sempre il diverso, enormemente diverso, peso che ha l’idea di chi tradisce rispetto a quella di chi è tradito.
Il tradimento scatena in chi lo patisce le peggiori reazioni dell’istinto di sopravvivenza.
Chi tradisce minimizza, chi è tradito ingigantisce; chi tradisce è reticente, chi è tradito brama di insana curiosità; chi tradisce non si rende conto del male che fa, chi è tradito crede che peggio non possa capitare.
Il tradimento può sanare amori malati; una terapia pericolosa, anche perché recidiva e non sempre la cura ha effetti positivi. Siccome in fin dei conti è anche una cura piacevole, quando la si adotta spesso significa che non c’è malattia, ma solo malati immaginari, cioè non c’è amore. Tutti, prima o poi, chi più chi meno, siamo traditi o traditori. Lo siamo per natura, lui per istinto di conservazione, lei pure.
Sono i maschi che tradiscono più delle femmine? Mah, mi sembra ridicolo dirlo, pensarlo anche. Per un ordine algebrico, almeno che i maschi non si tradiscano da soli o tra loro, direi che ad ogni traditore si accompagna una traditrice.
Ninfomani o maniaci a parte.

(Fran Tarel)

Le Vostre Esperienze



Nella transizione del matrimonio, da istituzione pubblica a relazione d’amore per la felicità dei singoli, è sopraggiunta una nuova percezione che evidenzia ragioni secondo cui il fenomeno del tradimento non è più valutato come reato.


Capitolo non marginale della nascita dei liberi sentimenti, l’infedeltà coniugale si è pian piano trasformata. Non più attentato all’ordine sociale ma libero fluire dell’amore.
Senza tuttavia sminuire il valore della stabilità dei rapporti.

Nella piccola ma prestigiosa pinacoteca di Chantilly, presso Parigi (una cittadina famosa, in verità, più per le sue creme che per i suoi quadri) troneggia il ritratto di un uomo di corte in atteggiamento aulico e in sontuose vesti. Si tratta, come ci informa il corrispondente cartellino, del Gran Bâtard de Bourgogne. Quella che oggi suonerebbe come una sanguinosa offesa – gran bastardo! – è quasi un titolo di onore e comunque esprime il pubblico riconoscimento del ruolo di questo personaggio, il più eminente dei numerosi figli illegittimi del Duca di Borgogna (ben 24, secondo gli storici del tempo, quasi tutti viventi sotto il suo tetto, ospitati nella sua corte, a fianco della moglie legittima e delle numerose amanti).

La scritta apposta sotto questo quadro può essere considerata emblematica della considerazione che a lungo, e non solo in Occidente, è stata fatta dell’adulterio (per la verità del solo adulterio maschile e soprattutto nelle classi aristocratiche). Benché severamente condannato dalla Chiesa e punito dal Diritto, l’adulterio è stato considerato a lungo un fatto ricorrente e inevitabile, quasi “normale“. Monarchi e feudatari, ma anche mercanti e contadini, avevano molto spesso, a un tempo, una consorte legale e compagne adulterine cui veniva talora riconosciuta una sorta di “ufficialità“, se non un vero e proprio rango nella società (noto è il caso delle celebri “amanti“ ufficiali del Re Sole).

Assai diverso il quadro di oggi. Che cosa è cambiato? È a questa domanda che si cercherà di offrire una risposta. Il mutamento di prospettiva nei confronti dell’adulterio è un non marginale capitolo di quella ideale “storia delle idee“ in Occidente che per molti aspetti attende ancora di essere esplorata. Passa in larga misura di qui la riflessione sui cambiamenti intervenuti nella concezione generale della famiglia.

Alla base della mutata percezione del fenomeno dell’adulterio, antico quanto l’uomo, hanno concorso due ragioni diverse ma alla fine tra loro convergenti.

Da un primo punto di vista il diverso atteggiamento nei confronti dell’adulterio va fatto risalire al declino e alla quasi progressiva scomparsa in Occidente (assai diversa è la realtà in altre aree del mondo) del “matrimonio combinato“, e cioè delle nozze immediate, e di fatto imposte, dai gruppi parentali, come per un lunghissimo tempo è avvenuto non solo (per evidenti ragioni, ora dinastiche, ora patrimoniali) nel ceto aristocratico e nelle classi agiate, ma anche nelle classi popolari, per il peso prevalente che hanno avuto, nelle scelte matrimoniali, le famiglie di origine dei nubendi.

Sulla base di questa situazione l’adulterio ha rappresentato in Occidente – dalle prime teorizzazioni trobadoriche della Fin’amor, e cioè dell’amor “cortese“ (spirituale, ma non tanto…) sino ai grandi manifesti romantici della Nuova Eloisa di Rousseau o del Giovane Werther di Goethe – la risposta, in qualche modo obbligata, al mancato riconoscimento della libertà di scelta del coniuge: l’adulterio, dunque come rivincita del vero amore e della forza dei sentimenti contro le imposizioni del gruppo sociale e contro il matrimonio come istituzione oppressiva della libertà dei singoli.

La storia dell’adulterio – almeno dei grandi adulterii, non di quelli banali e meschini – può essere considerata un capitolo non marginale di quella grande lotta per la libertà che ha caratterizzato da un millennio a questa parte la cultura dell’Occidente: si potrebbe dunque mettere in relazione le passioni amorose dei Trovatori con la nascita dei liberi comuni o la russoviana “rivolta dei sentimenti“ con la Rivoluzione francese, e così via…

Ulteriore conferma, se ve ne fosse bisogno, di quanto strettamente pubblico e privato si intreccino fra loro.

In una seconda prospettiva, il diverso atteggiamento nei confronti dell’adulterio è riconducibile al mutamento generale intervenuto nei rapporti fra uomo e donna in relazione all’emergenza di una nuova coscienza femminile. Di qui l’affermazione dell’eguale diritto all’amore e alla sessualità tanto dell’uomo quanto della donna, agevolato dal venir meno – per effetto dell’introduzione e poi dell’applicazione su larga scala degli anticoncezionali – di quello che era stato a lungo il più forte ostacolo al riconoscimento della legittimità della passione amorosa declinata anche al femminile, e cioè la possibilità che per questa via si procreassero figli, allora e ancora oggi, definiti adulterini. Non è un caso, sotto questo profilo, che la prima legittimazione sociale (sia pure limitata a certe componenti delle classi colte) dell’adulterio sia avvenuta nel Settecento, nella stagione dei Cicisbei, dopo l’introduzione di quel mezzo anticoncezionale che dal nome del suo inventore fu detto condom e che dalla corte del re di Francia si diffuse ben presto fra le classi agiate dell’Occidente.

In sintesi, da un adulterio avversato dalla religione e dal diritto ma di fatto praticato e tollerato, si è passati alle soglie della rivoluzione industriale a un adulterio dapprima giustificato in nome della forza irresistibile dei sentimenti e poi trasferito dal tradizionale ambito maschile a quello della femminilità.

Primato del sentimento

La rivoluzione dei sentimenti intervenuta in Occidente finiva tuttavia per mettere in crisi la spinta alla legittimazione dell’adulterio. Infrangere il vincolo coniugale poteva essere, o apparire, giustificabile in termini di affermazione della verità dell’amore rispetto all’opacità dell’istituzione sino a quando i matrimoni non erano frutto di libera scelta; ma lo stesso successo della rivoluzione romantica – l’affermazione, cioè anche nel Diritto civile e non solo, come era sempre avvenuto, almeno in via di principio, nel Diritto canonico (da sempre, infatti, la Chiesa ha considerato nulli in radice i matrimoni contratti per imposizione, o per timore e comunque non contratti in piena libertà) del principio della libertà di scelta del coniuge – tagliava alle radici l’albero della legittimazione dell’adulterio.

L’esaltazione dell’amore fuori del matrimonio propria degli antichi Trovatori o dei teorici del sentimento alla Rousseau traeva giustificazione dalla illibertà delle scelte matrimoniali; non aveva più spazio una volta che fosse stato riconosciuto, come stava progressivamente avvenendo, il diritto alla libera scelta del coniuge.

Si creavano allora, per la prima volta nella storia, le premesse per una nuova stagione dei matrimoni, la stagione della rivalutazione della fedeltà come logica e necessaria conseguenza della libera scelta del coniuge. Né stupisce oltre misura che la stagione del trionfo della visione romantica dell’amore – l’Ottocento – sia stata anche quella della più radicale delegittimazione dell’adulterio.

Proprio su questo sfondo – e come ripresa e radicalizzazione della categoria stessa di libertà, e specificamente di libertà dei sentimenti – interveniva una nuova forma di legittimazione dell’adulterio, profondamente diversa da quella antica.

Agli inizi della rivoluzione romantica la libertà di scelta del coniuge veniva declinata nel senso della tendenziale convergenza, per la prima volta nella storia, fra istituzione e sentimento; alla fine di questa stessa rivoluzione – con la nuova ondata libertaria del Novecento – veniva invece utilizzata in un’altra direzione, e cioè nel senso della indefinita revocabilità delle scelte. Ma se era diverso l’esito, comune era il punto di partenza, fondato sul principio del primato del sentimento sull’istituzione.

Alla generazione post-romantica appariva tutt’altro che acquisita la coincidenza fra sentimento e istituzione attuata con il matrimonio d’amore, appagante e fedele; al contrario, fra amore e istituzione si profilava un’insanabile contraddizione: per molti dei contemporanei il sentimento è la vita e l’istituzione la morte; il sentimento è l’immediatezza, l’istituzione la fissità; il sentimento l’area della gratificazione, l’istituzione l’area dei doveri e degli obblighi…

Non stupisce, in questo contesto, il parziale venir meno della riprovazione sociale nei confronti dell’adulterio quando esso sia inizialmente contrassegnato dalla rottura del vincolo coniugale ma sfoci alla fine nella ricomposizione, in altra forma, di quello stesso vincolo.

Alla luce della dominante mentalità divorzista l’adulterio che sfocia nel divorzio e in un nuovo matrimonio viene in qualche modo legittimato (come avviene per i rapporti prematrimoniali, che si ritiene siano legittimati a posteriori dal successivo matrimonio). Questa nuova forma di legittimazione, sia pure successiva, dell’adulterio è legata al trionfo di quell’Amore come passione (1982) che Niklas Luhmann ha descritto in finissime pagine.

Il diritto alla felicità

Il romanticismo aveva puntato tutte le sue carte sulla convergenza, nel matrimonio – come felice esito finale della a lungo contrastata passione amorosa – del sentimento e dell’istituzione; ma, una volta scatenata, la forza del sentimento appariva invincibile e l’istituzione era inevitabilmente destinata a farne le spese.

I sentimenti si rivelavano deboli e fragili e proprio in loro nome – nel nome di un nuovo sentimento – l’istituzione doveva compiere un passo indietro.

In nome del primato del sentimento, e una volta constatata l’impossibilità, almeno in molti casi, di una sua permanente convergenza con l’istituzione, si apriva la strada all’affermazione di quel diritto alla felicità che rappresenta la nuova forma di legittimazione (anche sociale) dell’adulterio. L’adulterio consumato in nome della passione amorosa – di una nuova passione amorosa che prende il posto dell’antica e rivendica il suo spazio e il suo diritto di cittadinanza – si presenta come rivendicazione del diritto alla felicità negato dal precedente rapporto di coppia (anche se liberamente contratto, sull’onda di un sentimento che tuttavia è ritenuto ormai non più attuale, e anzi definitivamente spento).

Il matrimonio non è più ritenuto degno di essere mantenuto se è considerato, dall’uno o dall’altro dei partners, foriero di infelicità: una nuova relazione amorosa appare come la logica conseguenza della rivendicazione del diritto alla felicità.

Si situa in questa prospettiva il passaggio – largamente accettato dalla cultura contemporanea – dall’adulterio come colpa all’adulterio come via di uscita da una relazione di coppia ritenuta non più gratificante e come preludio a una nuova relazione ritenuta, invece, fonte di appagamento e di felicità. E, un poco paradossalmente, la riprovazione sociale che pure accompagna di norma l’adulterio si trasforma, a divorzio avvenuto e una volta contratto il nuovo matrimonio, in consenso, tacito o sottinteso.

Rinunziando a reprimere penalmente l’adulterio (considerato un fatto esclusivamente privato e non avente alcuna rilevanza pubblica) e non ponendo alcun ostacolo a che la relazione adulterina diventi (nuovo) matrimonio, il Diritto si allinea al mutato costume.

Alla fine della parabola

Si consuma per questa via la transizione del matrimonio da istituzione avente finalità sociali, e dunque pubbliche, a relazione orientata solo alla gratificazione, al benessere psicologico, in una parola alla felicità dei singoli. Il destino del matrimonio sta ormai tutto, e solo, nelle mani dei singoli.

Per almeno diecimila anni – da quando, cioè, disponiamo di documenti scritti sui regimi matrimoniali (ma è presumibile che molto più antica sia una parallela regolamentazione fondata sul costume e sulle usanze) – il matrimonio è stato un’istituzione strettamente legata alla società e le norme relative all’adulterio sono state pensate e redatte non solo a protezione degli individui ma soprattutto a tutela dell’interesse collettivo.

Ma a partire dalla fine del Settecento il matrimonio è stato piegato alle istanze degli individui, e di essi soltanto. Parallelamente l’adulterio si è a poco a poco trasformato da attentato all’ordine sociale a espressione del libero fluire dei sentimenti: da reato è diventato diritto di libertà, nel presupposto che nulla e nessuno può piegare a sé la forza dei sentimenti.

Soltanto la Chiesa cattolica, nella sua cocciuta ostinazione, continua a denunziare l’adulterio, anche quando porti a una nuova relazione coniugale (e addirittura quando sfoci in una relazione qualitativamente migliore della prima) come un peccato: e ciò nella consapevolezza di essere custode di una Parola nei confronti della quale non è padrona ma serva.

Per la maggior parte degli uomini della società secolare l’adulterio è transitato dalla ottocentesca sfera del dramma (si pensi a una Emma Bovary di Gustave Flaubert o a un’Anna Karenina di Tolstoj) alla più quieta aura della commedia, se non della pochade. Quanto per le grandi adultere dei romanzi dell’Ottocento era una situazione di tragica sofferenza – non a caso sfociante spesso nel suicidio – è diventato per gli uomini e le donne di oggi, in molti casi, una situazione di quasi-normalità.

Così nell’Occidente contemporaneo l’adulterio ha perduto sia la dimensione antica della banalità (il Gran Bastardo…) sia la dimensione moderna della drammaticità (il suicidio di Anna Karenina…). È diventato, più semplicemente, un momento delle singole “storie di vita“.

Nella prima stagione, quella della banalità, l’adulterio maschile percorreva una sorta di tranquilla via parallela al matrimonio, senza rimetterlo seriamente in discussione; nella seconda stagione, quella della drammaticità, l’adulterio rappresentava una contestazione frontale dell’istituzione del matrimonio, come allora si configurava, in nome della libertà dei sentimenti.

In questa terza, e per molti aspetti nuova, stagione, nel nostro tempo, l’adulterio appare come una correzione di rotta rispetto a scelte matrimoniali che sono ormai divenute libere ma non per questo necessariamente felici.

Un rito di passaggio

Questa nuova dimensione dell’adulterio, appunto come correzione di rotta, può apparire, all’inizio, ancora rivestita di talune componenti di ambiguità o addirittura di riprovazione sociale; ma ben presto tutto ritorna nella routine. Se si tratta di una momentanea evasione o di una scappatella sessuale si ritorna, pentiti e magari anche perdonati, al focolare domestico; se invece si tratta di un caso serio il percorso più frequente è quello della separazione, del divorzio, e poi della convivenza o di nuove nozze e comunque almeno di una apparente ritrovata normalità.

Nessun bisogno di porre rimedio ai propri sentimenti di colpa gettandosi, come l’eroina tolstoiana, sotto le ruote di un treno: si fa il proprio tranquillo reingresso nella società con il nuovo partner e con il nuovo nome.

Ecco dunque il nuovo volto che l’adulterio ha spesso assunto nella nostra società: quello di una sorta di rito di passaggio da una relazione coniugale all’altra, quando questo rapporto sfoci in una successiva convivenza; oppure di una stanza di compensazione della opacità e forse delle frustrazioni di una vita coniugale che si ritiene infelice e che forse poco o nulla ci si preoccupa di far diventare o ridiventare felice. Dietro non pochi adulterii sta forse la pigrizia più che la passione.

Eppure dietro la sdrammatizzazione dell’adulterio – non vi è più bisogno di buttarsi sotto un treno per acquisire una nuova, tragica e postuma rispettabilità – si nasconde una realtà che appare veramente drammatica (anche se tale non appare più alla grande maggioranza degli uomini e delle donne di oggi) e che getta un’ombra inquietante sul futuro stesso della società, e cioè il venir meno della definitività delle scelte di vita.

Cause della crisi

Pacta sunt servanda è stato il principio sul quale si è a lungo retto il Diritto pubblico dell’Occidente; ma alla serietà e alla severità, della categoria di patto (se si esclude la pervicace resistenza della Chiesa cattolica) si è sostituita quella più duttile ed elastica di contratto, e cioè di una convenzione revocabile in ogni momento, per libera scelta (sia pure pagando, in caso di violazione una qualche penale).

Quanti credono nel matrimonio come contratto sono ormai legione e coloro che ancora fanno affidamento sul patto coniugale, credenti e non credenti, appaiono come una sorta di riserva indiana apparentemente destinata all’estinzione.

Occorre tuttavia evitare di colpevolizzare oltre misura le singole persone, spesso vittime esse stesse di un contesto sociale rispetto al quale non possono facilmente sottrarsi. E qui si aprirebbe il vasto tema delle cause sociali dell’attuale crisi della fedeltà, e conseguentemente della diffusa presenza (e della stessa legittimazione sociale) dell’adulterio.

Si tratta di un campo vasto e sostanzialmente ancora inesplorato dalla sociologia, che solo marginalmente è penetrata nella sfera dei sentimenti. Ma è possibile almeno addurre due diverse ragioni di questa crisi della fedeltà coniugale nel nostro tempo. La prima ragione è rappresentata dagli effetti perversi di un fenomeno in sé positivo, e cioè l’aumento delle speranze di vita. Ancora all’inizio dell’Ottocento la durata media del matrimonio si aggirava in Occidente, sui 17 anni, e il vincolo coniugale era spesso precocemente spezzato dalla morte. Le coppie di oggi si trovano invece, per la prima volta nella storia, di fronte alla prospettiva della lunga durata del matrimonio, per effetto della quale, tenuto conto dell’età media di accesso del matrimonio, i cinquant’anni di convivenza (le quasi mitiche “nozze d’oro“ del passato) stanno diventando tendenzialmente la regola.

La crescente mobilità

È difficile – anche se affascinante ed esaltante, se si riesce a reggere alla sfida della lunga durata e a vivere nella fedeltà – arricchire di continuo, a mano a mano che si procede negli anni, questo rapporto, resistendo alla tentazione della ricerca, in un’altra relazione, di una presunta seconda giovinezza e di una nuova felicità.

La seconda ragione di questa difficile stagione della fedeltà coniugale è legata a una caratteristica strutturale delle società tecnologicamente avanzate, e cioè dalla forte e crescente mobilità non solo geografica e professionale ma anche culturale e spirituale.

Sono sempre meno coloro che nascono, vivono e muoiono nella stessa città; coloro che entrano in contatto soltanto con il loro gruppo linguistico, etnico, religioso; coloro che svolgono dall’inizio alla fine della vita la stessa attività lavorativa.

La stabilità del vincolo era funzionale a una società statica; l’instabilità (e dunque la mutevolezza dei sentimenti, l’adulterio, il divorzio) sono funzionali alla società dinamica di oggi; né stupisce che all’estrema mobilità dell’esistenza corrisponda anche la mobilità dei sentimenti.

Eppure nonostante tutto e, paradossalmente, proprio sullo sfondo di una società tecnologica in costante aumento emerge dalla società contemporanea un desiderio di autenticità dei rapporti, e dunque di lunga durata della relazione, e insieme di stabilità dei rapporti.

“Gettare le basi“

Là dove tutto, o quasi, è mobile, passeggero, provvisorio, precario, lì più forte emerge una domanda di stabilità, l’esigenza di una sorta di irremovibile e irrevocabile punto fermo, la costanza del rapporto con quell’uomo e con quella donna; e, quando vi sono, con quell’ideale prolungamento e quasi ringiovanimento dell’altro che sono i figli, i figli che continuano a circondare la coppia e non diventano invece oggetto delle amare e laceranti contese di cui sono vittime i figli del divorzio.

Si apre, in questo contesto, lo spazio di una nuova stagione della fedeltà, all’interno della quale l’adulterio rimanga un’eccezione e non rischi di diventare invece la regola.

Nonostante la persistenza della realtà dell’adulterio – anche in una stagione in cui, sancito il principio della libera scelta del coniuge, l’etica della responsabilità dovrebbe prevalere sulle suggestioni della precarietà – la fedeltà coniugale persiste tuttora in larghi strati della società come realtà di fatto o anche soltanto come memoria e nostalgia, quasi come un presentimento di un assetto umano migliore, per riprendere un’espressione dell’ultimo Horkheimer.

L’uomo moderno non sembra più capace di fedeltà eppure continua a guardare a essa come a un valore ancora degno di essere perseguitato.

Nonostante la parziale legittimazione sociale che lo circonda, l’adulterio continua ad apparire ai più, se si vuole, come il reale, ma non come l’ideale. Alla realtà di un adulterio che attenta alle basi stesse del matrimonio – dato che può non finire, alla lunga, col distruggerlo – fa da contrappeso la persistente realtà del matrimonio come “amore che getta delle basi“, secondo la felice espressione che ricorre nella Lettera sul matrimonio di Thomas Mann (1925); un “amore che getta delle basi“ in quanto non è soltanto passione o sentimento ma continua fedeltà.

Proprio questa attitudine a “gettare delle basi“ come sottolinea il grande scrittore tedesco «innalza al di sopra della mera rassegnazione e pigrizia conservatrice quell’abitudine che tiene in piedi sino alla morte, nonostante ogni ingiuria e ogni crisi individuale, la grande maggioranza dei matrimoni» sino a «conferire al matrimonio stesso come istituzione una stabilità che sfida il tempo, il carattere di ciò che è eternamente umano».

La grande scommessa del futuro si gioca nella lotta fra un matrimonio che “getta delle basi“ e un adulterio che continuamente cerca di eroderle.

Giorgio Campanini



Gli uomini e le donne si distinguono anche quando vengono meno alla fedeltà che si sono giurati. Le trasgressioni femminili rispondono a motivazioni affettive mentre quelle maschili al bisogno di affermazione.


Se una coppia vuole durare nel tempo dev’essere pronta a non capitolare davanti all’infedeltà del partner. Anzi, deve guardare con realismo a tale inciampo, senza semplificazioni né eccessive rigidità, facendo prevalere il valore di un legame.

In un libro-intervista di qualche anno fa, il grande filosofo e analista junghiano, James Hillman, usava queste suggestive espressioni a proposito del nostro rapporto con la malattia psichica: «Le chiamiamo patologie perché abbiamo l’idea che la salute non contenga il disturbo. Forse, invece, salute psichica significa accogliere questi mormorii, del corpo e dell’anima, che ci mantengono consapevoli della pienezza del nostro essere. Sentiamo di avere un ginocchio, solo quando ci fa male. Altrimenti, camminiamo per strada senza avere un ginocchio. Sappiamo di avere un piede, solo quando nella scarpa c’è un sassolino che ci dà fastidio, altrimenti camminiamo e via. Non sentiamo le parti del corpo. Sono le zanzare ad aiutarci a ricordare queste zone dimenticate. Forse, è per questo che gli dei hanno creato piccoli insetti volanti che pungono e mordono! Il disturbo è un modo per diventare sensibili».

Potremmo applicare la metafora dello studioso americano, nella sua interezza, alla lettura del fenomeno dell’infedeltà nella vita di coppia, sia perché può essere identificata come un elemento rivelatore del suo stato di salute, sia per il corredo di omertà che questo comportamento trascina con sé, omertà che non giovano soprattutto nella fase di preparazione alla vita a due.

La coppia è un luogo di molte risorse, ma nel contempo è la sede in cui l’aggressività può raggiungere livelli inimmaginabili. All’interno di questo coacervo di risorse e di violenze, l’infedeltà non è certamente un ordigno micidiale. Ora, uno degli errori di impostazione, anzi l’errore per eccellenza, che riscontro quando comincio una collaborazione con un soggetto istituzionale per l’accompagnamento dei fidanzati al matrimonio, è l’atteggiamento “ideologicamente“ positivo e ottimistico nei confronti della vita matrimoniale.

Si avverte una sorta di speranza preconcetta, anche in molti operatori laici che si cimentano in questo compito, speranza che li spinge involontariamente a parlare di ciò che dovrebbe essere la coppia invece di parlare delle molteplici difficoltà che la vita a due, e poi la vita con i figli, presenta tutti i giorni. Si coglie nettamente l’impressione che coloro i quali sono impegnati nella guida di questi momenti di preparazione, confidino in una di “grazia di stato“, quasi che il semplice accesso alla vita matrimoniale garantisse l’immunità dai momenti difficili o dai traumi.

Questo ottimismo per partito preso fa sì che il percorso di formazione si risolva sovente in un’occasione sprecata, perché si è mancato di fare conoscenza con quei momenti particolari, e non certo marginali, che possono impastarsi con la normalità della coppia, tra i quali è da collocare senza dubbio l’infedeltà.

Tali criticità potenziali, oscurate dall’accentuazione posta sugli aspetti positivi, rendono pericolosa proprio la primissima parte del matrimonio, quando l’illusione del possesso di quella “grazia di stato“ cui si accennava poc’anzi, può fare percepire come catastrofico e irrimediabile un tradimento da parte del proprio sposo o della propria sposa. Non solo, ma una volta che il matrimonio comincia a dipanarsi, i coniugi, perché ammaestrati a senso unico, finiscono per avvertire uno scarto crescente tra l’ideale che è stato loro presentato e la cruda realtà, verso la quale si trovano impreparati. Ora, proprio perché l’infedeltà ha assunto un peso statistico rilevante e proprio perché la coppia, se vuole durare, dev’essere pronta a non capitolare di fronte a fatti anche di estrema gravità, è necessario guardare con una certa crudezza a questo inciampo, liberandolo dalle valutazioni sommarie ma improduttive cui di norma è sottoposto.

Come si verifica per molte esperienze umane, che dovrebbero essere indagate attraverso gli strumenti dell’osservazione e del ragionamento, l’infedeltà è diventata anch’essa una categoria generale, di cui si conoscono sempre meglio gli aspetti sociologici, morali e statisti, mentre si continua a guardare con un misto di superficialità e di moralismo alle sue singole espressioni.

Accade così per tutta una serie di manifestazioni che ci riguardano, in omaggio a una tendenza alla semplificazione che ci rende sempre meno individui e sempre più componenti di gruppi omogenei. Se volessimo rubare una similitudine al mondo della fisica, potremmo dire che si tende a considerare la luce prevalentemente nella sua funzione di onda, trascurandone i fotoni, ossia le particelle che la compongono.

Quando ci si accosta a un qualsiasi argomento in questi termini, anche il giudizio che si dà di esso non può che divenire generale, si finisce allora per condividere valutazioni che mancano di sfumature e si rimane lontani dal bersaglio. Può essere vero che la Terra fotografata dallo spazio offra un’immagine suggestiva ed emozionante, ma vedere da lontano la sua conformazione, i suoi colori, la distribuzione tra acque e terre emerse, non ci dice nulla delle creature che la abitano.

Di norma, a questo primo criterio massificante, se ne affianca un secondo che, lungi dal rendere più facili le cose, le carica del peso insopportabile della soggettiva. Si tratta della tendenza a giudicare la trasgressione altrui partendo dalla propria condizione particolare. Se l’osservatore, poniamo, vive una situazione di coppia gratificante con sentimenti attrattivi ancora intatti verso il partner, tenderà a universalizzare il proprio modo di sentire positivo, al massimo concedendo che la vita di coppia sia ricca di fatica, ma rimanendo comunque dell’idea che con la buona volontà si possa rimediare a tutto, come avviene appunto nella propria coppia.

In realtà non è la stessa cosa essere ancora attratti dal proprio coniuge oppure provare per lui sentimenti di indifferenza quando non di ostilità o di repulsione istintiva. Tra l’uno e l’altro versante si pone un crinale aspro, insuperabile, che modifica radicalmente la disposizione d’animo e la valutazione dei fatti. Due atti di infedeltà apparentemente simili, possono essere originati da motivazioni opposte.

Due casi per incominciare

Alla radice di molti interventi, anche pastorali, approssimativi vi è spesso questa tendenza autoreferenziale, che ignora il reale grado di malessere delle specifiche situazioni perché si appella a delle condizioni soggettive arbitrariamente universalizzate quando non a delle posizioni ideologiche radicali, come quella che vuole il matrimonio come cosa buona in sé. Questa è una finzione pericolosa, perché il matrimonio è una semplice potenzialità, sia pure enorme, un contenitore vuoto che può essere riempito in una miriade di maniere. Non tutte positive.

Una donna, sposata da pochi anni racconta che il marito le era divenuto estraneo in breve tempo, si erano sposati frettolosamente («l’ho conosciuto in agosto, a novembre ero già incinta»). Dopo poco tempo le cose erano drasticamente cambiate («la mattina al risveglio stavo male, sentivo un rifiuto sia fisico che emotivo verso la persona che dormiva accanto a me»).

A questa falsa partenza, che aveva precipitato l’interessata in un profondo stato di angoscia, era seguita una relazione con un collega d’ufficio. Difficile dire a questa ragazza, vittima di un grave errore di valutazione suscettibile di compromettere la sua intera vita, che con la buona volontà si risolve tutto. Ancora più difficile appellarsi al senso di responsabilità che essa dovrebbe mantenere in ragione della fresca maternità, poiché quando i sentimenti spariscono così in fretta risulta evidente che si trattava di una relazione a rischio.

Di passaggio annoto che questa coppia è stata regolarmente sposata con rito religioso. Ancora la finzione della grazia di stato ci prende la mano e miete vittime. Un sacramento può valorizzare ciò che esiste, ma non può inventare ciò che non si vede neppure all’orizzonte.

Se lo valutiamo secondo le regole dell’approccio per categorie generali, quello appena riferito diventa semplicemente un caso di infedeltà. Un prodotto etichettato e immagazzinato insieme ad altri prodotti ritenuti (chissà perché) omogenei, e magari depositato sullo stesso scaffale dove erano stati conservati i tradimenti di Marco, ventottenne infedele abitudinario, malgrado fidanzato a una splendida coetanea.

Il movente dell’azione di Marco è nelle opportunità («faccio un lavoro che facilita i contatti con le donne e mi è difficile dire di no a tutto quel ben di Dio»), un movente, dunque, assai diverso da quello della giovane sposa cui abbiamo accennato, eppure entrambi sono finiti nel medesimo contenitore perché entrambi infedeli.

Linee di tendenza

L’accostamento per categorie porta ovviamente a una omogeneizzazione del giudizio che, nel caso dell’infedeltà, rimane di segno negativo. Non si può negare infatti che il tradimento, inteso come categoria, rappresenti un elemento di frattura nella coesione sociale, che vada prevenuto nell’interesse dei soggetti coinvolti e dell’intera collettività.

L’osservazione clinica però, che si fonda sulla valutazione particolare di ogni singolo caso, raramente sospinge a considerazioni sommarie, anche quando la stragrande maggioranza delle persone dà per certo che taluni modi di agire debbano essere condannati comunque.

L’atteggiamento riflessivo e pragmatico della clinica, non implica un rovesciamento del giudizio normalmente riservato ai casi di infedeltà, ma neppure un’adesione acritica alle posizioni colpevoliste, semplicemente si limita a prendere atto dell’impossibilità di ricondurre ogni singolo episodio di infedeltà coniugale all’interno di una griglia predefinita che, quand’anche fosse finemente tarata, non riuscirebbe a rendere conto della varietà di sfaccettature che si nascondo dietro a questi comportamenti.

Sovente, dietro azioni ritenute socialmente riprovevoli, troviamo situazioni impastate di solitudine e di disperazione, vite sospese nell’apatia che si sviliscono fino a perdere la stessa voglia di esistere. Questo tumultuoso sottofondo ricco di scenari mai uguali a sé stessi, può affiorare solo guardando i casi uno alla volta, come accade appunto della dimensione clinica. Un sottofondo che, insieme alle specificità, è in grado di farci cogliere anche alcune “ripetitività“, linee di tendenza tra le quali spicca una fondamentale cesura nelle motivazioni che sostengono l’infedeltà maschile e quella femminile. Linee di tendenza che, proprio per restare coerenti con le premesse, non vanno però assunte come certezze.

Incontro tra i sessi

Sappiamo, proprio grazie all’osservazione individuale, che difficilmente le donne arrischiano un tradimento in presenza di una situazione coniugale gratificante o comunque non sufficientemente grave da giustificare uno schiaffo al coniuge. Nel maschio, invece, neppure una relazione coniugale funzionante mette al riparo dalla scappatella. Di norma, le trasgressioni femminili sono sostenute dalla ricerca di comprensione, mentre quelle maschili sembrano rispondere a bisogni più vicini all’affermazione del proprio sé. Quindi componenti più affettive nell’infedeltà femminile, maggiori rimandi alla volontà di potenza quando è l’uomo l’infedele. Per tale ragione, se è la donna a tradire risulta più difficile un’eventuale tentativo di riavvicinamento nella coppia, poiché nella maggior parte dei casi il tradimento arriva solo quando lo stato di crisi è piuttosto avanzato e dunque esso segnala una frattura già quasi consumata. Per ragioni speculari il lavoro di ricucitura diviene meno impegnativo quando l’infedeltà riguarda il marito.

Per il maschio, subire un tradimento, ancora oggi, malgrado i presunti progressi avvenuti sul piano culturale, rappresenta la messa in discussione della propria virilità da cui scaturiscono sentimenti di profonda umiliazione capaci di condurre a gesti di aggressività fisica anche persone altrimenti piuttosto tranquille.

Lo testimoniano alcuni comportamenti ricorrenti nel maschio dopo un tradimento subìto, come la richiesta insistente alla moglie di particolari molto precisi sui rapporti sessuali con “l’altro“, attraverso domande che chiedono conto dell’abilità del rivale e della sua dotazione sessuale, in modo da impiantare un paragone con la propria “offerta“. Una curiosità che può giungere fino all’ossessione e, addirittura, toccare retroattivamente tutta l’esperienza sentimentale del coniuge.

Una donna di 26 anni, sposata da pochi mesi, si lamentava dell’insostenibilità della situazione coniugale, determinata dalla continua richiesta di informazioni da parte del marito, a proposito dell’ultimo fidanzato di lei. Le domande erano specifiche, legate alle prestazioni sessuali dell’ex e al piacere che ne ricavava lei. La moglie, persona influenzabile e facile preda del senso di colpa, non riusciva a sfuggire al gioco contorto e si prestava a rispondere sempre pazientemente, ma questo avvitava la questione su sé stessa poiché il marito viveva tale disponibilità a soddisfare i quesiti come la prova della bontà delle proprie ragioni, così le domande divenivano sempre più avvilenti e lesive della dignità della sua donna.

L’atteggiamento passivo di questa sposa, peraltro persona di rettitudine notevole, ci immette direttamente nel cuore di una delle più grandi contraddizioni che vigono nell’incontro tra i due sessi. Si tratta della pretesa, asimmetrica e scarsamente sensata, di valutare in maniera difforme il numero di relazioni avute in passato dal maschio e dalla femmina. A parità di condizioni, il maschio sentimentalmente vivace è considerato con maggiore indulgenza di una ragazza. Da tale pretesa culturale immotivata si passa rapidamente ai precipitati emotivi e comportamentali, dove è la donna a trovarsi in soggezione e dunque a scontare maggiormente il peso del senso di colpa che conduce sovente a situazione grottesche.

Quando un marito infedele scoperto comincia con la consueta cantilena secondo cui il tradimento sarebbe stato determinato dall’insufficiente disponibilità sessuale della moglie, sia in termini quantitativi sia in termini “tecnici“, la moglie invariabilmente “abbocca“, non solo cercando di concedersi con maggiore frequenza, ma mettendo anche a disposizione parti di sé che fino ad allora aveva strenuamente difeso da ogni tentativo di effrazione.

Per sfuggire all’angoscia

La logica, in questi casi, viene rovesciata interamente e il colpevole di infedeltà si ritrova con dei premi insperati. L’esperienza dice che simili cedimenti non solo non risolvono i problemi della coppia, ma il più delle volte li aggravano, perché rischiano di incrementare le richieste dell’altro e il suo senso di impunità.

Per alleviare le conseguenze di un tradimento si può aprire la strada alla sua reiterazione.

Dicevamo che l’osservazione ravvicinata di innumerevoli episodi di infedeltà, ci presenta situazioni personali di estrema gravità, a cui è difficile riservare giudizi moralisti.

«Prima di conoscere Marco mi trascinavo, ma soprattutto mangiavo. Divoravo qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. Era l’unico modo per non sentire tutte uguali le mie giornate, così ero piombata in una depressione nerissima, accompagnata da una bulimia da cui non riuscivo a difendermi in alcuna maniera. A casa, almeno formalmente, tutto procedeva bene tra me e mio marito, anche se io non lo desideravo più da lungo tempo. Mi sentivo appiattita, mi spegnevo e neppure il nostro unico figlio mi dava delle grandi motivazioni. Diverse volte avevo pensato al suicidio, cui avevo rinunciato solo in omaggio a quel senso del dovere, soprattutto nei confronti del lavoro, che i miei genitori mi avevano istillato come se fosse la cosa più importante della vita».

Un adulterio, dunque, poi trasformatosi in una relazione semiclandestina, aveva capovolto la condizione interiore di questa donna, restituendole tutte le motivazioni che una vita piatta e abitudinaria, senza sussulti e senza novità, le aveva sottratto.

Non si tratta certo di una soluzione ideale, ma vi sono stati degli indubbi benefici, almeno se restringiamo la valutazione solo all’interesse di questa donna, sfuggita a una depressione piuttosto grave. Nel caso specifico le probabilità di un gesto autolesivo erano piuttosto alte così come, al contrario, erano decisamente scarse le possibilità che la donna superasse la patologia che l’affliggeva. Si trattava infatti di uno di quei casi “esistenziali“, più che clinici, determinati da una scontentezza di fondo verso la vita in generale e verso la vita coniugale in particolare.

Oggi vedo ancora la signora, serena come più non potrebbe essere nonché in perfetta forma fisica. Si può affermare, senza cadere in semplificazioni inopportune, che in assenza dell’incoraggiamento scaturito dalla relazione extraconiugale, lo stato di salute della protagonista di questa vicenda sarebbe molto critico. Ovviamente stiamo considerando solo una faccia del prisma, quella che riguarda la nostra protagonista ma, ed è questo il nodo fondamentale della questione, se apriamo il grandangolare il rapporto costi-benefici diventa più incerto. Il marito, infatti, intuisce che il matrimonio è agli sgoccioli e cerca di difendersi dall’angoscia della perdita evitando di affrontare in maniera diretta la questione delle prospettive. Ci sono segnali che fanno intuire che, alla perdita della persona amata, preferirebbe tollerare la presenza dell’altro. Il figlio, a sua volta, come tutti i figli di coppie in difficoltà, comprende più di quanto non appaia agli adulti, e non manca di trasmettere segnali di disagio.

La situazione ambientale venutasi a determinare intorno a questo adulterio “terapeutico“ è decisamente drammatica. Gli attori coinvolti sono innumerevoli e tutti suscettibili di subire effetti durevoli, mentre non si possono considerare tali i benefici che la signora sente di avere ottenuto e presto o tardi il gioco tornerà al punto di partenza. La coperta, come si usa dire, è sempre troppo corta e non c’è mai salvezza personale che non tocchi interessi costituiti, ma soprattutto non ci sono risposte finte a problemi veri.

Domenico Barrilà

Devo essere diventata matta.
Ho 46 anni, ho divorziato quando ho saputo che mio marito aveva una relazione con una donna di 23 anni più piccola e che avevano un figlio. Adesso conviviamo e lui continua con la sua amante e mi dice che devo ignorare il tutto. Non capisco perchè non è andato a vivere con lei. Forse perchè ha paura della differenza di età? Ed io cosa devo fare per uscirne una volta per sempre? Non credo di volergli ancora bene. Forse sono solo una masochista. Devo farmi aiutare da un psicologo?

Vera D.

Mi sono sentita inondare di passione quando, tornata dalle vacanze, mi hai abbracciata come non avevi mai fatto…. Quando la sera del mio compleanno ci siamo incontrati per caso e tu eri con la tua splendida moglie e non mi toglievi gli occhi di dosso… Ma come posso pranzare con te, parlare con te, leggere le tue e-mail, guardare i tuoi occhi, abbracciarti, sapendo che tu provi qualcosa per me e nonostante ciò l`hai sposata? Io non sono capace di nascondere l`amore e la passione, non sono capace di non guardarti negli occhi, non sono capace di rinunciare alle emozioni profonde che tu mi trasmetti con le tue parole e i tuoi abbracci… Non è mai successo niente fra noi, ma con le tue parole scritte, con le tue espressioni e con i tuoi occhi, mi hai detto tutto ciò che la tua bocca non ha mai pronunciato… Io sono qui per te… Una mattina mi hai detto “è come quando incontri un`altra persona e sei impegnato…come fai a mandare tutto all`aria, è un casino, non si può“… ed io invece ti dico che si può, perché non bisogna rinunciare a niente, perché la felicità è dentro di noi, non ce la da qualcun altro… GM,ti voglio bene, più di quanto tu possa immaginare…

Hexe

Me lo avevano detto anche a scuola che chi di spada ferisce di spada perisce.
Non era un solo proverbio.
Ora che ho provato cosa significa prendere le corna prima di farle ci penserò su davvero molto.
Come sono dure e pesano le corna!!!!
Mentre la fai sembrano di carta pesta o di carta velina, non ci pensi e poi ti chiedi di non pensarci e di non dirle mai, perchè non valgono un gran che`.
Come sono dure e pesano le corna!!!!
Provare per credere.

Un testa dura

Quando cominciavi ad essere sempre stanca ed ogni giorno più confusa, allora dovevo capire che c`era un altro; finisce sempre così con le donne come te….mettono i piedi in due staffe e cavalcano …o si fanno cavalcare nel doppio gioco.
Grazie comunque, la prossima che avrò ………

Francarra

Tu non sai che lo so; mi hai tradito proprio con quello che odio profondamente, da prima, tu lo sapevi.
E` un dispetto? E` una provocazione? Mi vuoi umiliare a me che ti ho sempre amato tanto e sinceramente?
Vuoi punirmi per quello stupido tradimento, dimenticato ed infantile, che ti ho confessato e che non avresti mai scoperto? Era d`estate, era una fesseria passeggera con una che viene da un altro continente e che non ricordo neanche come si chiama.
Tu no, mi hai tradito con quello sbirro!
Ti chiami Manuela, per ora non dico altro, puoi ravvederti altrimenti!!!!!

Mimmo da Taormina

Io tradisco per amore, perchè voglio dimostrare a me stesso che l`amo e che quella che ho preso per tradirla è solo strumento di verifica.
Io l`amo e la tradisco per amarla meglio!

Osvaldo detto “El Gringo“